poesie antiche cinesi – Lĭ Bái

LA CANZONE DI CHÁNG GĀN

Quando ero ancora una bambina coi capelli corti,
 mi divertivo a cogliere fiori dinanzi alla porta
 ed un ragazzetto in sella ad un cavallo di  bambù
 mi inseguiva tra le aiuole tirandomi prugne verdi.
 Eravamo vicini di casa,nel villaggio di Cháng Gān.
 Eravamo piccoli e non ci trovavamo male insieme.
 Ma, a quattordici anni sono diventata tua moglie.
 Ero così timida che non osavo mostrare il mio viso
e sedevo a testa china,in un angolo,contro il muro.
Potevano chiamarmi mille volte, non mi giravo mai.
All’età di quindici anni ho cominciato a sorridere
 ed a desiderare di poter sempre stare insieme a te,
 a pensare che nulla avrebbe potuto separarmi da te.
 Quante speranze avevamo a quell’epoca, tu ed io !
 Allorché ho compiuto sedici anni sei andato lontano
a navigare sul fiume vorticoso tra Qū  Táng e Yàn Yù. (1)
Trascorsi cinque mesi non riuscivo più a resistere
e soffrivo pensando alle urla delle scimmie tra le gole.
Davanti alla soglia di casa un verde strato di musco,
ormai così denso che non si riesce più a spazzarlo via,
ha finito per coprire le orme dei tuoi passi esitanti.
Cadono presto le foglie ai soffi del vento d’autunno.
Sono passati otto mesi ed ora sono giunte le farfalle,
che volano appaiate sull’erba del giardino dell’ovest.
Il vederle così è un tormento che mi strazia il cuore.
Siedo inerte e temo che il mio bel viso appassisca.
Di mattina o di sera, non appena oltre le Tre Rapide, (2)
spedisci subito una lettera perché lo si sappia a casa.
Per poterci riabbracciare non c’è distanza che tenga:
ti correrò incontro, d’un fiato, fino a Cháng Fēng Shā.
E continua a piangere, e si fa sempre più pallida. 
 


NOTE

 
(1) La Gola di Qū Táng (瞿 塘 峽  Qū Táng Xiá) era una delle famose Tre Gole ( 三 峽  “sānxiá”) dello Yángzĭjiāng  揚 子 江.  Lunga 8 chilometri, era larga solo 150 metri ed era circondata da altissime pareti rocciose.
Il Yàn Yù  灩  澦  era un enorme scoglio,  molto pericoloso per la navigazione, situato all’entrata della gola.                
  
(2) Le Tre Gole  三  峽  ( Qūtán 瞿 塘 挾, Wŭ 巫 峽 e Xīlíng 西 陵 峽 ) erano  una zona in cui lo Yāngzĭyāng  揚 子 江 si restringeva per una lunghezza di circa 120 chilometri. Le rapide che si formavano nelle gole erano assai suggestive, ma molto rischiose per i naviganti.

SEMPRE PENSANDO A CHÁNGĀN

Autunno.
Ronzio di insetti impigliati nella zanzariera
presso il bordo dorato del pozzo.(1)
Piccoli aghi di brina tremolano
minacciosi
sulla stuoia colorata.
La lampada solitaria non
manda più luce,
le passioni si smorzano.
Sollevo le tapparelle
e, con un lungo sospiro,
guardo in cielo la luna,
circondata dalle
nuvole,
come una bella in mezzo ai fiori.
In alto l’azzurra
profondità del cielo infinito,
in basso l’acqua che turbina in onde verdi e blu.
Immenso è il cielo, lungo è il cammino,
l’animo vaga
assorto in amari pensieri.
Sogno
di potermi muovere liberamente,
sempre pensando a Chang’An.(2)


NOTE

(1) L’espressione “bordo dorato” è certamente poetica e suggestiva, ma non può essere interpretata nel senso che all’epoca dei Táng le bocche dei pozzi fossero cerchiate d’oro. Si può però immaginare che, alla luce del sole o al chiaro di luna, il bordo metallico di un pozzo emettesse un riflesso dorato.

(2) L’originale cinese è più complicato. Esso dice letteralmente: “Sogno di non arrivare alle difficoltà di una barriera tra le montagne”. I posti di controllo erano infatti situati sui valichi di montagna e, sognando di non incappare in una barriera, il poeta esprime la speranza di ritrovare la propria libertà di movimento e di poter presto ritornare alla capitale.

UN SOLO PENSIERO

Il sole è già tramontato,
un vapore
sottile sale dai fiori.
In cielo brilla la luna,
ma io,
poveretta,
ti desidero, soffro e non dormo.
Ho appena deposto
l’arpa di Zhào (1)
sul suo sostegno a forma di fenice
e la cetra di Shŭ si appresta ora (2)
a far risuonare le corde d’anatra.
In queste canzoni c’è tutto il mio amore,
ma nessuno le ascolta.
Ah,se accompagnassero la brezza di primavera
volando fino a te come
rondini.
Ti penso anche se siamo così lontani,
separati dalla
distesa del cielo azzurro.
Dai miei occhi, un tempo splendenti,
ora sgorgano a fiotti le lacrime.
Se dubiti dell’affetto della
tua donna,
torna! vieni a vedere!
controlla tu stesso dinanzi al
lucido specchio!


NOTE

(1) Lo strumento qui menzionato è il “sè” 瑟   che, per l’elevato numero di corde, fissate alla cassa armonica con dei gancetti, ricorda un po’ l’arpa
(2) Il poeta si riferisce qui al “qín”琴, uno strumento con un numero più limitato di corde, che può essere paragonato alla cetra. Le corde del “qín” erano fatte normalmente con fili di seta, ma forse per gli strumenti tradizionalmente fabbricati nella regione di Shŭ si utilizzava il budello d’anatra.

BEVENDO DA SOLO SOTTO LA LUNA

Da una brocca di vino, in  mezzo ai fiori, 
solo, mi verso da bere, senza un amico accanto.
Levando la coppa, invito la pallida luna.
Ora siamo in due e, con la mia ombra, addirittura in tre.
La luna – è vero – non osa bere.
L’ombra, poi, si limita a seguirmi macchinalmente.
Ma, almeno per un poco ho trovato dei compagni:
la luna, l’ombra,
disposti a fare allegria, per arrivare alla primavera.
Mi metto a cantare, e la luna tenta in modo maldestro qualche
passo di danza.
Mi metto a ballare, e l’ombra si agita scompostamente.
Finché sono stato lucido, direi che ci siam fatti buona  compagnia.
Ma poi ho preso una bella sbronza,
e ciascuno se n´è andato per conto suo.
Ormai legati per sempre, senza passioni,
ci diamo appuntamento, lontano, sul fiume delle nuvole.

LE BALLATE DELLE QUATTRO STAGIONI

CANTO DELLA PRIMAVERA ( 春 歌 “Chūn gē”)

In riva al ruscello una fanciulla di Qín
è intenta a raccogliere foglie di gelso, 
le  candide manine sui verdi rami,
il bel volto splendente alla luce del sole.
“I bachi hanno fame, devo correre  via.
Non   fate   scalpitare   cinque cavalli.”

CANTO DELL’ESTATE ( 夏 歌“xià gē”)

Per trenta leghe si stendono le rive dello Specchio.
Nel mese di giugno la bella Xī Shī viene a cogliere
i  boccioli di loto divenuti turgidi  fiori,
mentre i curiosi si assiepano sulle sponde del lago.
Al ritorno, i battelli non attendon che spunti la luna.
Alzan la vela e navigano  verso la reggia di Yuè.

CANTO DELL’AUTUNNO ( 秋 歌“qiū gē”)

Uno spicchio di luna illumina Cháng’Ān.
Dappertutto le donne  battono i panni.
Il vento d’autunno soffia senza sosta.
Il pensiero corre al Passo della Giada.
Saranno mai pacificati i barbari?
Quando il mio amato tornerà dalla guerra?

CANTO DELL’INVERNO (冬 歌 ” dōng gē”)

Un corriere parte domattina all’alba.
Tutta la notte ad imbottire una  giubba,
i gelidi aghi nelle ruvide mani.
Come riesce ancora a tener le forbici?
Taglia. Cuce. Spedisce il pacco lontano.
“Quanto ci  vorrà per arrivare a Lín Táo?”.

ARDUO È IL CAMMINO DI SHŬ 

Ahimè, che vista! Quanto sono alte e pericolose quelle montagne!
Arduo è il cammino di Shŭ, difficile inerpicarsi fino al cielo azzurro.
Cán Cóng e Yú Fú furono i pionieri,ma un tempo enorme  trascorse (1) (2)
prima che il fumo degli uomini potesse  varcare la frontiera di Qín.   (3)
Dal Tàibái un ripido sentiero conduce a ovest passando per l’Ėmei.(4) (5)
La terra smotta, la montagna frana travolgendo i valorosi  guerrieri. (7)
Ecco una scala che si arrampica in alto come a raggiungere il  cielo;
ganci metallici infissi nella roccia ne sorreggono i  gradini di legno.(8)
In cima, un’insegna che indica la vetta: sei draghi muovono il sole. (9)
In basso si frangono e si accavallano le onde di impetuosi torrenti.
Nemmeno la gialla gru riesce a levarsi in volo fino a quell’ altezza,
la scimmia rossiccia vorrebbe salire fin lassù, ma non ne è  capace.
Innumerevoli spire si attorcigliano intorno alle pendici del Qīngní, (10)
ogni cento passi nove tornanti per avvicinarsi alla punta scoscesa.
Siamo al livello dei Tre Astri, abbiamo superato le Stelle del  Pozzo, (11) (12)
ma continuiamo a salire e guardiamo ancora in su, tutti ansimanti.
Il petto ci scoppia; ci mettiamo a sedere, tiriamo un lungo sospiro.
Amico che sei diretto verso occidente, quando ritornerai indietro?
Spaventoso è il cammino, le pareti a picco non si possono scalare.
Soltanto il triste lamento degli uccelli riecheggia tra i vecchi alberi.
Sui boschi il falco insegue la femmina in larghe ruote concentriche
mentre ripetutamente odi suonare il malinconico canto del cuculo  (13)
che piange, nelle notti di luna, la aspra solitudine delle montagne.
Arduo è il cammino di Shŭ, difficile inerpicarsi fino al cielo azzurro.
A sentirne parlare, impallidisce di angoscia il volto del viaggiatore.
Si susseguono senza fine le cime che svettano a un passo dal cielo  (14)
e pini disseccati si chinano, piegati e contorti, sull’orlo  dell’abisso.
Fra voli e turbinio d’acque precipitano giù le cascate con  rumorosi
urti di lotta e, crack, rotolano a valle per gli immani dirupi i massi, (15)
mentre le innumerevoli gole rimbombano di un fragore di  tuono.
Passiamo incessantemente e senza tregua da un pericolo  all’altro.
Ahi, tu che abiti così lontano, quale follia  ti ha mai spinto fin qui?
Alto, scosceso, torreggiante fra gli strapiombi, il Passo della Spada. (16)
Un uomo solo può bloccarlo e diecimila non vi si aprono un varco. (17)
La sentinella che si rivolta vi diventa come un lupo fra gli  sciacalli. (18)
Il mattino occorre evitare le feroci tigri e la sera i lunghi serpenti.
Bramano sangue, azzannano gli uomini , li falciano come canapa.
Raccontino pure,o Jĭn Chéng, che sei una città gioiosa ed allegra.(19)
A mio parere, non v’ è nulla di meglio che ritornare subito a casa.
Arduo è il cammino di Shŭ, difficile inerpicarsi fino al cielo azzurro.
E, con lo sguardo rivolto verso occidente, io continuo a  sospirare.(20)

NOTE

1) Cán Cóng  蠶  叢 fu  uno dei leggendari fondatori del Regno di Shŭ 蜀, legato alle origini della civiltà cinese e alla leggenda di Huáng Dì  皇 帝, l’Imperatore Giallo, che, secondo la tradizione, sarebbe salito al trono nel 2697 a. C.
Il nome può essere interpretato come“cespuglio di bachi da seta” e permette di pensare che questo personaggio fosse in qualche
modo collegato alla scoperta del metodo di allevamento dei bachi da seta.
Secondo i Huáyángguó Zhì  華 楊 國 志  “Annali dei  Paesi a sud del Monte Huá”, Cán Cóng avrebbe avuto gli occhi “sporgenti dalle
orbite”.
Curiosamente, gli scavi archeologici condotti alcuni anni fa a Sānxíngduì  三 星 堆 nel Sìchuān hanno portato alla luce i resti di una cultura fiorita intorno ai secoli XII°-XI° a C., la cui statuaria è caratterizzata proprio da teste di bronzo con gli occhi sporgenti.

 2) Yú Fú  魚 鳧,  un altro dei primi colonizzatori di Shû, richiama probabilmente negli elementi del nome ( yúfú= cormorano) la pratica della pesca. Si potrebbe, con un ragionamento un po’ audace, pensare che il mito di Yú Fú si riferisca ad una prima colonizzazione del Sìchuàn da parte di gruppi nomadi che vivevano di caccia e di pesca, mentre il mito di Cán Cóng si riferisce evidentemente
all’apparizione di popolazioni più progredite già in grado di esercitare l’agricoltura e l’allevamento.

3) La cifra di quarantottomila anni, che figura nell’originale, intende significare il passaggio di un periodo di tempo estremamente lungo prima che nel Sìchuān si formasse una comunità civilizzata in grado di instaurare rapporti con il regno di Qín.
In realtà , un’organizzazione statale è già menzionata per Shŭ nell’XI° secolo a.C., visto che il “Il Libro dei Documenti” 書 記  “shūjì” ricorda il re di Shŭ come uno degli alleati che aiutarono il re Wŭ di Zhōu 周 武 王 a sconfiggere l’esercito della dinastia Shāng 商 朝 nella battaglia di Mùyĕ 牧 野 (1046 a.C.)
Se si considera che le prime organizzazioni  statali più o meno storiche in territorio cinese si possono far risalire al  XX°secolo a C., il ritardo nello sviluppo di Shŭ rispetto alle regioni più progredite non sembra enorme.

5) Il Tàibai 太 白, letteralmente il Grande Bianco o il Grande Nevoso, è un monte della catena del Qínlíng 秦 嶺, alto 3.767 metri,
che si trova a circa 100 km dall’antica capitale Xī’ān 西 安 nello Shănxī 陝 西.

6) L’Ėméi 峨 嵋, letteralmente Sopracciglio Torreggiante, è un monte del Sìchuān alto 3.099 metri sul livello del mare.
L’Ėmei è fin dall’antichità una delle quattro montagne sacre del Buddhismo. 

7) L’episodio che Lĭ Bái cita per sottolineare la pericolosità della strada di Shŭ fa parte di una leggenda sorta intorno alla conquista di Shû da parte del regno di Qín nel 316 a. C.
Il regno di Shŭ era particolarmente difficile da conquistare giacché era circondato da alte montagne e praticamente inaccessibile.
Huì, re di Qín, 秦 惠 王,  sarebbe allora ricorso ad uno stratagemma. Sapendo che al re di Shŭ piacevano moltissimo le donne promise di
inviargli cinque bellissime fanciulle. Il re di Shŭ mandò allora cinque valorosi cavalieri a costruire, al posto dell’impraticabile sentiero allora esistente, una bella strada per accogliere degnamente il corteo delle fanciulle. Quando le fanciulle giunsero al confine tra i due regni, un grosso serpente attraversò la strada e si rifugiò in una fenditura della roccia. Uno dei cavalieri riuscì ad afferrarlo per la coda e cercò di tirarlo fuori dal suo rifugio, ma senza successo. Gli altri cavalieri si precipitarono ad aiutarlo, ma tirando con troppa forza, provocarono una frana che travolse tutti i presenti. Avevano però già costruito una comoda strada che permise al re di Qín di invadere e di conquistare facilmente il regno di Shŭ.
Secondo un’altra versione della leggenda, i cinque cavalieri avrebbero costruito la strada per poter portare a Chéng Dū cinque giganteschi tori di pietra, che il re di Qín aveva fatto piazzare sul  confine facendo subdolamente credere agli abitanti di Shŭ che tali statue  cacassero oro. Per questa ragione la strada di Shŭ era un tempo chiamata “l’antica strada dei tori d’oro”.

8) Si racconta che il re di Qín per agevolare il percorso alle sue truppe fece costruire le cosiddette strade coperte ( 棧 道 “zhàndào”), vale a dire delle scale che si arrampicavano fra due pareti rocciose grazie ad una serie di gradini di legno che erano fissati alla roccia mediante ganci metallici.

9) Il verso potrebbe essere interpretato nel senso che chi giunge alla vetta, dopo gli ardui passaggi fra le rocce,  rivede il sole rappresentato qui nella sua immagine mitologica come spinto da sei draghi, e che il sole è dunque il segnale che si è arrivati in cima.
Mi sembra però ancor più logico pensare che la cima fosse indicata, come si usa fare anche nei nostri paesi, da una lapide di pietra o meglio ancora da un pennone con una bandiera su cui figurava , nel caso specifico, un sole circondato da sei draghi. 

10) Qīng Ní 青泥, letteralmente Argilla Verde, è  il nome di una montagna dello Shănxi.

11) La costellazione di Orione era indicata un  tempo dai Cinesi con l’ideogramma Shēn Xiù 參 宿, che significa “La Casa dei
Tre”, giacché essi attribuivano a tale costellazione solo tre delle sette stelle che le sono attribuite dall’astronomia occidentale, e precisamente le tre stelle  della cosiddetta cintura di Orione. Essa è una delle 28 “case lunari” 宿  “xiù” dell’astronomia cinese.

12) La costellazione del Pozzo( 井 宿 “jĭng  xiù”)corrisponde, secondo l’astronomia occidentale, ad alcune stelle della  costellazione dei Gemelli. Essa pure è una delle 28 case lunari dell’astronomia  cinese.

13) Il termine 子 規 “zĭguī” indica una specie di cuculo presente in Cina (“cuculus sparveroides”) normalmente conosciuto come 鷹 鵑  “yīng juān”. La menzione di questo  uccello è molto suggestiva perché, secondo la tradizione popolare, il suo canto sembra ripetere ai viaggiatori la frase  不 如 歸 去 “ bù rú guī qù”, cioè “Non sarebbe meglio tornare indietro?”. Secondo una leggenda, il canto del cuculo fa seccare l’erba verde, vale a dire porta disgrazia e cattiva sorte a coloro cui capita di ascoltarlo.

14) Nella sua emozione Li Bái  dimentica di aver  detto che la strada di Shû sale al di sopra del cielo e della volta celeste. Seppure incoerente con le affermazioni precedenti, l’immagine è però vivissima: il sentiero attraversa una serie interminabile di cime montuose che sembrano toccare il cielo.

15) I Cinesi come i Giapponesi amano moltissimo l’onomatopea. Qui il rumore dei massi che precipitano rimbalzando fra le gole montane è reso con il termine “pīng” 砯 composto dagli ideogrammi che indicano roccia 石 e ghiaccio 冰. Si può quindi immaginare, agli inizi del disgelo primaverile, il rumore sordo dei sassi che rimbalzano sul ghiaccio invernale e lo incrinano con un strepito secco.

16) Il “Passo della Spada” 劍  門  關(“Jiàn Mén Guān) è l’unico valico che collega lo Shănxi con il Sìchuān, attraversando una zona in
cui si addensano ben 72 picchi della catena del Qínlín. La strada scende in seguito verso il paese di Jiàn Gé 劍 閣 ( “La Torre della Spada”), che era in origine una località fortificata a difesa del valico e che ha dato il nome a tutto il territorio circostante. In prossimità del valico il cammino si restringe ad un passaggio di meno di 50 metri, chiuso tra due ripide pareti rocciose, il Dàijiàn  大 劍  o Grande Spada e lo Xiăojiàn  小 劍  o Piccola Spada, e bloccato da una torre di guardia chiamata Gŭguán 古  關. 
La “Torre della Spada” ( “Jiàn Gé”), che controllava l’unica via d’accesso al Sìchuān, era chiamata per la sua importanza strategica “gola del Sìchuān, chiavistello della porta di Shŭ”. Chi fosse mai riuscito a prenderla si sarebbe infatti visto spalancare l’entrata di tutta la
regione.
A Jiàn Gé l’imperatore Xuánzōng fece tappa nella sua fuga verso Chéngdū e pianse la morte della sua concubina Yáng Yùhuán  楊 玉 環 , come ricorda il poeta Han Xiaohuang, vissuto all’epoca dei Qíng, nella sua lirica : “Ascoltando il suono delle campane a Jiàn Gé”. 

17) “Il Passo della Spada” era famoso in Cina  quanto le Termopili in Grecia ed intorno ad esso si moltiplicarono le leggende degli eroi che da soli o con una piccola schiera di valorosi avevano tenuto  testa a grandi eserciti. La frase riportata da Lĭ Bái doveva essere proverbiale  perché figura con le stesse parole anche in un poema di Dù Fŭ. 
A titolo di curiosità possiamo ricordare che il proverbio appena citato fu smentito per la prima volta in occasione della  battaglia dello Jiànménguān, combattuta tra le truppe nazionaliste del Guómíndăng 國  民  當  e le truppe comuniste dell’Esercito Popolare Rivoluzionario dal 14 al 18 dicembre 1949.
Infatti mentre due battaglioni di truppe  rivoluzionarie attaccavano frontalmente le fortificazioni del passo, un terzo battaglione fu incaricato di sorprendere i difensori alle spalle dopo aver  scalato le pareti rocciose che fiancheggiavano la strada.
L’impresa, che era generalmente considerata impossibile, riuscì ed i nazionalisti, attaccati da due parti, furono sconfitti e costretti ad abbandonare lo Jiànménguān. 

18) Il termine “láng” 狼 (“lupo”) ed il termine “chái” 豺  (“sciacallo, cane selvatico”) non hanno lo stesso radicale. Infatti , mentre l’ideogramma che designa il lupo si rifà alla radice “quăn”犬 (“cane”), l’ideogramma che indica lo sciacallo si rifà alla radice
“zhū” 豬 (“maiale”), in quanto il lupo è un animale da preda, lo sciacallo invece è, come il maiale, un animale che si nutre di rifiuti.
Questa differenza mette in evidenza che, se le sentinelle si ribellassero ed occupassero il posto di guardia del passo, si troverebbero di fronte ai loro precedenti commilitoni in una posizione di forza, come un lupo in mezzo ad un branco di sciacalli.

19) Jĭn Chéng 錦 城  vale a dire “La città del broccato” era, ai tempi dei Táng, il nome dell’attuale capitale del Sìchuān, Chéngdū.  I
Táng vi avevano infatti installato delle fabbriche di broccato, poste sotto il  controllo di un apposito ufficiale chiamato Jĭn Guān 
錦  官. 

20) Lĭ Bái guarda verso occidente, perché si  trova evidentemente a Cháng’Ān, mentre la meta del terribile viaggio da lui  descritto e sconsigliato, Chéngdū, è situata ad ovest della capitale, nella  regione del Sìchuān.

UNA SERATA IN UNA BAITA DEL MONTE HÚ AL RITORNO DA UN’ ESCURSIONE SUL MONTE  ZHŌNGNÁN

Al crepuscolo discendiamo lentamente la montagna azzurrina.
 La luna delle cime accompagna gli uomini che tornano a valle.
 Se ci volgiamo indietro, vediamo il sentiero per cui siamo venuti,
 minuscolo, verdastro, solcato da striature di un blu intenso. (1)
 Tenendoci per mano raggiungiamo una baita in mezzo ai prati.
 Un ragazzino ci apre un cancello fatto di branche di sterpi.
 Ci inoltriamo in un viottolo nascosto tra verdi alberi di bambù.(2)
 Le rampicanti bluastre spazzolano gli abiti di chi cammina.
 Mi rallegro a gran voce di aver trovato un posto per riposare.
 Chiacchierando tutti insieme tracanniamo del buon vino.
 Cantiamo a lungo intonando la melodia del vento che soffia tra i pini
 ed il canto si esaurisce solo quando cominciano a svanire le stelle.
 Io sono ubriaco fradicio, ma tu sei di nuovo allegro, amico mio.
 Così, divertendoci tutti insieme, cogliamo l’occasione per dimenticare.

NOTE

1) Sul grigioverde indistinto della montagna e del sentiero spiccano strisce orizzontali di colore molto più profondo, che il  poeta rende con il termine “cáng” 蒼 (blu scuro, verde intenso), ripetuto due  volte per meglio esprimerne la frequenza e l’intensità. Si tratta di banchi di nebbia. Si veda in  proposito la stampa di Hiroshige, intitolata “Ama no hashidate” (“Il bosco del  ponte del cielo), in cui la nebbia che avanza tra gli alberi di una pineta in  riva al mare è appunto raffigurata da numerose strisce orizzontali di un colore blu intenso.

2) Il  poeta usa qui il termine “lǜ” 綠  che indica un verde intenso ( il verde delle foglie, che, in giapponese è reso con l’aggettivo “midori”), non il verde o l’azzurro pallido le cui diverse sfumature sono designate dai termini “qīng” 青 (in giapponese “aoi”) e “cuì” 翠.

 LA BELLA FAVORITA

                                             In una nuvola vede la sua gonna, in un bel fiore scorge il suo viso
                                             La brezza primaverile spolvera il balcone di scintillante rugiada.(3)
                                             Se i due amanti non si  rivedranno in  cima alla Montagna di Giada,
                                             potranno incontrarsi sotto  la  luna sulla Terrazza di Madreperla.(4)

                                             La deliziosa  brina  eterna  il profumo  del  bel ramo fiorito.(5) 
                                             Perché struggersi per la la Fata delle Nubi e della Pioggia?(6)
                                             Chi, nei palazzi degli Hàn, potrebbe mai  gareggiare con lei?
                                             Forse la leggiadra Fēiyàn puntando sui suoi nuovi ornamenti(7)(8)

                                             Il fiore più pregiato,la donna più splendida, insieme per la tua gioia, 
                                             fanno sì, o sovrano, che il  sorriso non abbandoni  mai  il tuo volto.
                                             Non hai alcun motivo di  rammaricarti del fuggire della primavera,
                                             se lei s’affaccia al balcone settentrionale del Padiglione Profumato.(9)

NOTE

1) L’era Tiānbăo 天 寶(“Tesoro del Cielo”) durò dal 742 d.C. al 756 d.C.

2) Lĭ Guīnián 李 龜 年 fu un cantante assai celebre durante il regno di Xuánzōng. In seguito alla rivolta di Ān Lúshān dovette abbandonare la capitale e qualche anno dopo Dù Fŭ lo incontrò, solo ed in miseria, in uno sperduto villaggio di provincia.

3) La brezza primaverile è metafora dell’amore che lega Xuánzōng e Yáng Guìfēi. La rugiada che ricopre il balcone simboleggia il favore imperiale di cui gode la bella.

4) La Montagna di Giada ( 玉 山 “yùshān”) e la Terrazza di Madreperla ( 搖 臺 “yáotái”) erano le residenze degli Immortali, a cui il poeta paragona i due felici innamorati.

5) Il poeta riprende qui la stessa metafora della quartina precedente: la brina (il favore dell’imperatore) cristallizza (rende immortale)
la fioritura dei rami (la bellezza di Yáng Guìfēi).

6) Lĭ Bái fa riferimento ad una leggenda narrata dal poeta Sòng Yù 宋 玉 ( 3° secolo a.C.) nel Gāotáng Fù  高 唐 賦. Un re di Chŭ 楚, sognò una volta, nei pressi di Gāotáng, di trascorrere la notte con una meravigliosa fanciulla. Quando, sempre in sogno, vide spuntare l’alba,le
domandò chi fosse. La fanciulla gli rispose: “Sono la Fata del Wūshān ( 巫 山 神 女  “wūshān shénnǚ”) ed ora devo andare, perché il mattino dirigo le nuvole e la sera regolo la pioggia. Ma se tu mi aspetterai qui ogni giorno, potremo rivederci”. Il re Xiān 先, al quale Sòng Yù raccontò in seguito la storia, ne fu talmente affascinato che chiese al poeta come avrebbe dovuto fare per incontrare anche lui la misteriosa bella.                                                                                                                       
La  lode a Yáng Guìfēi è evidente: l’imperatore Xuánzong che ha accanto a sé una  bellezza viva ed incomparabile non ha alcun bisogno di sognare bellezze immaginarie.

7) Zhào Yízhŭ 趙  宜 主, (32 a.C. – 1 a.C.), soprannominata Fēiyàn 飛 燕 (“rondine volante”) per le sue doti di danzatrice, fanciulla di
eccezionale bellezza, ma di umilissime origini, riuscì a farsi notare, grazie alle sue straordinaria abilità di ballerina, dall’imperatore Chéng 成 (51 a.C. -7 a.C.) della dinastia Hàn, che la portò a corte e ne fece una sua concubina. Insieme con la sorella gemella Zhào Hédé 趙 合德 , anch’essa una bellissima ragazza, riuscì presto a conquistare il cuore di Chéng ed a far cacciare l’imperatrice Xŭ Huánghòu  許 皇 后  e la prima consorte Bān Jiéyú  班 婕 妤 , accusandole di stregoneria. Nel 16 a.C. fu nominata imperatrice, dopo che l’imperatore aveva nobilitato il suo padre adottivo Zhào Lín 趙 臨 per superare le obiezioni sollevate dall’imperatrice madre Wáng Zhèngjūn 王 政 君, che gli aveva fatto rilevare le origini assai modeste di Fēiyàn. Non avendo avuto figli da Chéng, Fēiyàn fu sospettata di aver fatto uccidere i figli
di alcune altre concubine per non perdere la sua posizione in caso di morte dell’imperatore. Quando Chéng morì nel 7 a.C., il nuovo sovrano, che Fēiyàn aveva sostenuto nella lotta per la successione, l’autorizzò a conservare il titolo e il rango di imperatrice vedova, ma nell’1 a.C., in seguito ad un ulteriore cambio di governo, ella fu progressivamente emarginata e costretta, infine, al suicidio. 

(8) Il paragone con Fēiyàn va chiaramente inteso come favorevole a Yáng Guìfēi, perché la prima potrebbe forse reggere il confronto con la seconda soltanto se abbigliata con gli splendidi abiti spettanti ad un’imperatrice, che Yáng Guìfēi non può indossare perché ha solo il rango di onorevole consorte. In evidente malafede, Yáng Guìfēi sostenne invece che già il solo fatto di aver osato accennare ad un paragone era un’offesa alla sua bellezza. 

(9) La menzione del balcone settentrionale non è pura pignoleria. È invece un raffinato riferimento alla famosa poesia di Lĭ Yánnián che comincia con la frase “ Al nord ci sta una bella” e permette al poeta di identificare implicitamente la favorita con “la bella che travolge i regni”. ( Un  riferimento esplicito figurava già nel primo verso della quartina, dove l’espressione“qīng guó”  傾 國, che ho tradotto con “la donna più splendida” significa letteralmente “la rovesciatrice dei regni” ed è presa tale e quale dalla poesia di Lĭ Yánnián.)                  L’uso  del termine “settentrionale” potrebbe inoltre nascondere un’altra allusione anch’essa molto adulatoria. L’ala settentrionale di un palazzo era  tradizionalmente quella riservata alla consorte ufficiale di un sovrano o di un nobile (si veda in proposito l’espressione giapponese “kita no kata” che  significa “la signora del nord”, utilizzata per indicare la moglie di un  principe). Dicendo che Yáng Guìfēi si affaccia al “balcone settentrionale” del  palazzo, Lĭ Bái mostra quindi di considerarla degna del titolo di imperatrice.

(Trad. Giovanni Gallo

http://www.sullerivedelfiumeazzurro.com/)

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